Paola Frandini, Ebreo, tu non esisti!

19-01-2007

Caro Duce, sono ebreo. Aiutami tu..., di Antonella Barina 

Settembre 1938. Il regime fascista ha varato i primi provvedimenti per la difesa della razza: aglio ebrei è vietato frequentare le scuola, insegnare, contrarre matrimoni misti. E, se in Italia da meno di vent’anni, perdono la cittadinanza e vengono espulsi. È allora che Anita Pepi Nugel, maestra elementare cattolica con marito ebreo, trova il coraggio di scrivere disperata a Rachele Mussolini: «egregia Signora, mi sia perdonato se oso esporre la sciagura che mi ha colpito, ma mi rivolgo a Voi come donna e sposa a cui è sacro il culto della famiglia. Sono italiana, cattolica, maestra elementare, figlia di impiegato statale, di famiglia fascista e che ha dato alla patria ben tre martiri della grande guerra. Sono sposata con un cittadino naturalizzato italiano, che ora viene espulso dal Regno perché di origine ebraica (…). Siamo poveri, mio marito dovrà andare per il mondo da solo ed è a Voi che mi rivolgo perché possiate ottenere dalla clemenza del Duce la grazia di lasciarmi il marito e ridonarmi la pace».
La lettera, scritta a caldo, eppure contenuta e dignitosa, rivela l’improvviso sgomento dei 44 mila ebrei italiani, ma anche di tutti coloro che – familiari, amici, colleghi di ebrei – non hanno mai fatto distinzioni di religione e di «razza».
Due mesi dopo, nuove leggi più capillari estendono la discriminazione a ogni settore d’attività e a molte libertà civili. Costringendo gli ebrei non più a vivere, ma a sopravvivere.
Così tra il settembre del ’38 e la primavera del ’39 migliaia di ebrei (e non solo) – i più coraggiosi o i più disperati – osano scrivere al Duce o a chi gli sta vicino. Invocando clemenza, deroghe, esenzioni, permessi speciali… Lettere dove lo sconforto e l’incredulità (molti di loro sono fascisti) soffocano l’indignazione. Lettere strazianti di chi si vede crollare il mondo addosso e cerca ansiosamente aiuto. Che Pala Frandini, studiosa di letteratura ebraica, ha riportato alla luce con un meticoloso lavoro d’archivio. E che oggi, a una settimana dal Giorno della memoria (27 gennaio), l’editore Manni manda in libreria: Ebreo, tu non esisti! Le vittime delle leggio razziali scrivono a Mussolini.
A firmare le missive sono commercianti, imprenditori, impiegati, insegnanti, militari, operai, casalinghe, ambulanti, che ricostruiscono per iscritto i dettagli della propria tragedia.
E nella speranza di ottenere la benevolenza del Duce, ribadiscono la loro buona condotta e rivendicano meriti militari e civili («Donai le fedi e l’oro alla patria», «Partecipai alla marcia su Roma»). Il risultato è uno straordinario spaccato dell’Italia ebraica dell’epoca.
Ognuno scrive secondo il suo temperamento e la sua cultura: lettere irruenti o pacate, enfatiche o sobrie, dotte o ai limiti dell’alfabetismo. Indirizzate la Duce in persona o al suo segretario personale. Alla moglie Rachele o alla regina, nel caso di molte donne: suppliche da sposa a sposa, da madre a madre. Perfino al piccolo Romano Mussolini, se a scrivere è un bambino, forse sotto dettatura: «Vorrei che tu mi facessi il piacere di pregare il tuo babbo perché aiuti il mio…».
«Tutti hanno in comune grande volontà e forza di carattere», scrive Paola Frandini, Perché ci vuole coraggio, molto coraggio per esporsi così, dopo che ti è stato imposto di non esistere. Anche se motle richieste sono infarcite di retorica fascista e piaggeria, rituale quasi obbligato per chi osa tanto (fino all’ingenua lusinga di un manovale: «Una volta ebbi l’onore di esere imbarcato in motocicletta da vostro figlio Vittorio. Rimasi orgoglioso di essermelo strinto  alle mie braccia quei 5 o 6 minuti»). Continua Paola Frandini: «Quando l’autorità ti colpisce e sei completamente inerme, uniche armi sono adulazione e preghiera. Possiamo immaginarli gli ebrei italiani. Con l’aiuto di qualcuno fidato e più abile di loro, a scegliere le parole più appropriate, tra mille interrogativi, chissà quante volte corrgendo prima della copia definitiva».
Alcuni appelli sono rafforzati dall’invio di denaro (peraltro prontamente accettato dai funzionari del regime). O da raccomandazioni di amici, meglio se ariani e conosciuti: Mariù, sorella di Giovanni Pascoli, intercede per il poeta Angiolo Orvieto; la principessa Jolanda di Savoia per il tenente di cavalleria Livio Corinaldi; la violinista Gioconda De Vito per Pellegrino Rosselli, prozio dei due celebri fratelli, martiri della Resistenza…
Ma c’è anche chi non chiede nulla e grida solo l’umiliazione di essere tagliato fuori dalla società e non essere più considerato italiano: la persecuzione non significa solo perdita di beni materiali, ma anche d’identità. Giorgio Fiorentino, impiegato: «Se è preoccupante il pensiero di vedersi tagliare il mezzo di vita, assai più grave è la sofferenza di sentirsi colpito, senza alcuna responsabilità o colpa, in tutti quei sentimenti che costituiscono l’esistenza della tua personalità, dei tuoi ideali».
Quanto alle poche lettere anonime, una trentina in tutto, è lì che emergono più autentici i sentimenti di tanti italiani, che senza rischi accusano, disprezzano: «Come giustificherete di fronte a Dio, alla coscienza e alla storia leggi che hanno fatto strazio di ogni sentimento di umanità, di giustizia, di carità cristiana e di umana dignità?» Mentre «una madre che si vergogna di essere ariana» saluta: «Siate maledetti!».
Paola Frandini fa poi notare le sottili differenze tra mittenti uomini e donne.
Gli uni particolarmente sensibili all’orgoglio ferito, alla dignità compromessa. Le altre mosse soprattutto da un istinto ancestrale alla vita: ad essere in gioco è la sopravvivenza delle loro famiglie. Coraggiose, fiere, le donne avanzano le loro ragioni con pochi preamboli, mirando al sodo, senza calibrare troppo le richieste con frasi reverenti ed elogi di rito. Certe di essere nel giusto. Come Nelly Corcos: «Sono una maestra elementare di razza ebraica, che, in conseguenza dalle ultime disposizioni da V.S. Ill.ma emanate, è sospesa dall’insegnamento.
Questo castigo tremendo sento di non meritarlo e porta la mia famiglia nella più angosciosa miseria. Ho ventisette anni di servizio (…) Sono iscritta ai fasci femminili (…) Ho tre figli minorenni. L’unica fonte di guadagno della mia famiglia viene da me! Vi supplico, vi scongiuro di farmi tornare alla mia scuola».
A tanto dolore i funzionari del regime rispondono con la perversione della burocrazia. Ogni lettera segue la trafila degli uffici preposti: è classificata, annotata, ordinata alfabeticamente e inserita in cartelle nominali, archiviate nella sezione «Demorazza» del ministero degli Interni, Mussolini dà un’occhiata, verga in matita rossa e blu il responso ( volte aggiunge una A maiuscola, che significa «da trattare con particolare riguardo»), poi i suoi funzionari rispondono al mittente. Quasi sempre con una ridicola formula di rito, ripetuta meccanicamente: «Il Duce incarica di comunicarvi di stare tranquillo». Che serviva solo a non scaldare gli animi. Eppure tanti ebrei si sono illusi.