Matteo Bonsante, Dismisure

27-12-2010

Tra le azzurre solitudini di un poeta, di Pietro Sisto


Matteo Bonsante, il poeta di Polignano a Mare ormai da tempo noto anche al di fuori dei confini regionali per la cifra elegante, quasi rarefatta e misteriosa del dettato e per il rigore intellettuale della sua riflessione, torna in libreria con un agile volume di versi dal titolo Dismisure che rinvia al tema ricorrente della sproporzione tra l’individuo e il creato, tra il particolare e l’universale, tra l’idea del nulla e l’idea di Dio.
Chi ha letto e apprezzato le sue precedenti prove (da Bilico a Ziqqurat a Sigizie) non ha difficoltà a vedere in quest’ultima silloge una tappa importante del suo percorso umano, intellettuale e poetico, caratterizzato sin dagli esordi dalla continua ansia di assoluto, dalla ricerca di una dimensione spirituale nella quale trovare il senso più profondo sono solo dell’esercizio letterario ma della stessa esistenza.
In realtà in questi versi il gusto per la descrizione realistica, l’attaccamento al paesaggio pugliese e mediterraneo, il richiamo della passione amorosa presenti a tratti nelle precedenti raccolte cedono significativamente il passo a una poesia quasi sospesa tra riflessione teologica e impegno filosofico, tra la vanità della terra e l’eternità del cielo, tra la «carne di Dio» e lo spirito dell’uomo. Come sottolinea Stefano Guglielmin nella stimolante prefazione, si tratta di una poesia colta e intellettiva che da un lato poggia le basi sul pensiero di Niccolò Cusano, sul giansenismo di Pascal e sul panteismo di Spinosa, dall’altro sull’ontologia heideggeriana, sull’orfismo e sull’haiku, sullo Zen e sul sufismo.
I versi raccontano, infatti, di azzurre solitudini e albe luccicanti, di scale dorate che salgono verso il cielo, di atmosfere e paesaggi incantati che fanno da sfondo alla continua ricerca di verità e di bellezza del poeta, al suo bisogno di religiosità intima e comunque «altra» rispetto a quella che si riconosce nell’ufficialità e nella ripetitività del rito. Anche quando la dimensione paesaggistico-descrittiva sembra quasi prevalere, è sempre una sorta di panismo a rappresentare l’essenza più autentica e rilevante di queste liriche: «Il paesaggio di capre / di erbe e di dirupi / è vivo, liquescente / echeggiante. / Mi ridesta e mi segna. / È in me, e sono in lui. / - Entrambi colmiamo l’stante / che s’invola per l’eterno».
Così attraverso la continua «condanna» di un io chiuso in se stesso che rischia di scadere «a scatola di latta rotolante / al vento degli eventi», il ricordo della morte di un bambino innocente che viene «ricomposta altrove» in «un canto come di Gregoriano / che sente in lontananza», il poeta dichiara più volte il desiderio di «darsi in dono all’eternità», di percorrere la «spianata dorata dell’eterno», di «sbucare, con un mazzo di rossi / papaveri / dall’altro lato delle Ore». Come dire che solo nella duplice, contraddittoria dimensione dell’essere qui e altrove, finito e infinito, nel tempo e fuori del tempo l’uomo può comprendere la vera dimensione della sua esistenza che consiste nel «cogliere il perenne fluire / della luce / che dall’alto scende / sulla terra».
Risuonano perciò quanto mai efficaci e illuminanti le parole di Giorgio Bárberi Suarotti, che sulla quarta di copertina del volume spiegano l’originalità della riflessione e della poesia di Matteo Bonsante: «Dismisure mi sembra un raro esempio, oggi, di poesia metafisica».